Il grande riflusso liberista

“Ho abbandonato i principi del libero mercato per salvare il sistema del libero mercato”. Parola di presidente degli Stati Uniti d'America, del repubblicano George W. Bush per la precisione. La frase, pronunciata alla fine del 2008 con aria malinconica durante un’intervista alla Cnn, servì a giustificare il programma di aiuti pubblici federali al settore finanziario (Troubled Asset Relief Program, Tarp) e soprattutto il sostegno al comparto automobilistico di Detroit.
29 NOV 11
Ultimo aggiornamento: 13:08 | 18 AGO 20
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“Ho abbandonato i principi del libero mercato per salvare il sistema del libero mercato”. Parola di presidente degli Stati Uniti d'America, del repubblicano George W. Bush per la precisione. La frase, pronunciata alla fine del 2008 con aria malinconica durante un’intervista alla Cnn, servì a giustificare il programma di aiuti pubblici federali al settore finanziario (Troubled Asset Relief Program, Tarp) e soprattutto il sostegno al comparto automobilistico di Detroit. Larry Kudlow, giornalista economico di Cnbc ed ex consigliere del presidente Ronald Reagan, sentenziò ironico: “Ora il contribuente americano ha una casa automobilistica, General Motors. E Barack Obama presiederà il suo prossimo Cda”. Un “free-market guy” come Bush – l’autodefinizione è sua – seduto sulla poltrona presidenziale più importante del pianeta, indotto dalla crisi a cedere alle lusinghe dell’interventismo statale. E dall’estate 2007 a oggi non è stato il solo.
La scorsa settimana, a oltre un anno dall’aggravarsi definitivo della crisi europea dei debiti sovrani, sulla prima pagina del confindustriale Sole 24 Ore un altro riconoscimento pesante: “Bisogna ammettere che abbiamo sbagliato”. A scriverlo è stato Guido Tabellini, economista liberale e rettore dell’Università Bocconi, ovvero l’ateneo privato milanese che vanta più laureati all’interno dell’attuale governo tecnico italiano, a partire dal premier, Mario Monti. L’errore, secondo Tabellini, è quello di aver costruito un’unione monetaria a immagine e somiglianza del rigoroso marco tedesco, dimenticando di europeizzare anche la supervisione bancaria e soprattutto di trasformare la Banca centrale europea in prestatore di ultima istanza per gli stati. Ovvero dimenticando di fare quanto invece prescrive da mesi il premio Nobel per l’Economia Paul Krugman, editorialista liberal del già piuttosto liberal New York Times. Cosa succede? Forse che i liberisti, assaliti dall’emergenza, sono costretti a spingersi nelle braccia di soluzioni stataliste, keynesiane o neokeynesiane che siano?
Luciano Pellicani, professore di Sociologia e studioso del capitalismo, suggerisce cautela nel tracciare una linea netta, ma poi individua una sicura tendenza intellettuale: “Da 100 anni la storia economica e del pensiero economico procede come un pendolo. Nel 1926, ‘Fine del laissez-faire’ era il titolo di un pamphlet di John Maynard Keynes – ricorda in una conversazione con il Foglio – poi però l’austerity degli anni 70 indotta dalla crisi del petrolio, l’elezione in Inghilterra di Margaret Thatcher, con le sue tesi apertamente riprese dall’economista Hayek, e l’elezione di Ronald Reagan portarono il pendolo a spostarsi verso una riduzione del ruolo dello stato nell’economia. Ora lo stesso pendolo si sta riposizionando verso quello che possiamo definire neokeynesismo”. A farla pensare così all’ex direttore di Mondoperaio e ora docente della Luiss non sono soltanto le letture degli ultimi giorni, tra le quali per esempio l’editoriale di due liberisti a tutto tondo come Alberto Alesina (Harvard) e Francesco Giavazzi (Bocconi) che dopo settimane passate a insistere sulla necessità di liberalizzare-per-crescere ammettono che forse, vista l’emergenza paneuropea, un intervento della Bce in stile Krugman potrebbe servire: “Vorrei partire da alcune date – spiega Pellicani – 1999, quando il finanziere e popperiano George Soros criticò apertamente il fondamentalismo di mercato. 2008, quando l'ex governatore della Fed, Alan Greenspan, fu invitato dal Congresso americano a dire la sua sulle ragioni della crisi e ammise l’esistenza di ‘una falla’ alle radici dell’ideologia del libero mercato che lo aveva animato. Lo stesso anno gli stati sono intervenuti per salvare le banche private”. Secondo Pellicani, la radice di tutto risiede nel fatto che tanto gli americani quanto gli europei sono arrivati a “consumare più di quanto producono, pur vivendo già – proprio grazie al capitalismo – nelle società più opulente che siano mai esistite”. Così, se “negli anni 70 il keynesismo fu accusato di aver drogato l'economia con il deficit spending e – si diceva – agli effetti allucinogeni della droga c'è un limite, oggi lo stesso vale per l'eccesso di consumi”. Questa comune sorte delle due sponde dell’Atlantico, però, non cancella altre differenze: “Mentre gli americani dovranno intervenire per limitare il loro laissez-faire, come dicono perfino liberali conservatori come Edward Luttwak, gli Europei dovranno comunque riformare uno stato sociale inefficiente. Quando c’è un’intossicazione, magari ideologica, la regola è quella di praticare per un po’ il regime alimentare, o teorico, opposto”.
Attorno al ruolo della spesa privata, esaltato da anni di liberismo, ruota anche l’analisi di Emiliano Brancaccio, ricercatore e docente all’Università del Sannio, da sempre critico del pensiero in qualche modo ascrivibile alle teorie economiche dell’offerta: “La liberalizzazione finanziaria che ha segnato l’ultimo trentennio aveva uno scopo preciso: creare domanda – dice Brancaccio al Foglio – Progressivamente esonerato da norme e vincoli, il settore finanziario ha creato la massa monetaria che serviva per finanziare a debito la spesa privata e stimolare così l’accumulazione di capitale”. A questo ruolo cruciale di “locomotiva della domanda mondiale” provvedeva soprattutto “la finanza statunitense, mentre gli altri paesi si muovevano al traino di questa”. Anche perché “il problema cruciale della individuazione di una fonte di 'domanda effettiva' è connaturato al regime di accumulazione capitalistica e quindi non può mai essere evitato. Le vere differenze politiche si giocano dunque sul terreno della scelta di “quale” fonte di domanda: i liberisti americani si affidano in tal senso alla finanza privata, i mercantilisti tedeschi alle esportazioni”.
Entrato in crisi “questo regime di accumulazione” – continua il ragionamento dell’economista, autore nel 2010 del volume “La crisi del pensiero unico” per l’editore Franco Angeli – è “comprensibile quindi che oggi da più parti si invochi una maggiore regolamentazione della finanza. Ma chi ci esorta in questa direzione dovrebbe anche rispondere a un interrogativo: visto che regolamentare significa per forza di cose deprimere la capacità del settore finanziario di alimentare la spesa privata, chi dovrà poi assumere il ruolo di generatore della domanda effettiva?”. Secondo Brancaccio una risposta a questo quesito si evita, “curiosamente”, di darla: “Un motivo, forse, è che la risposta più ovvia risiederebbe nello Stato, ma al momento l’idea di uno statalismo ‘attivo’, motore primo della domanda effettiva, è ancora minoritaria”. Da qui discende “una pericolosa contraddizione: il vecchio regime di accumulazione trainato dalla finanza americana si è chiaramente inceppato, ma una precisa alternativa ad esso non si intravede”.
Stravolgendo l’aforisma di Groucho Marx, insomma, il liberismo non starà tanto bene, ma rimane inconfutabile il fatto che Karl Marx sia morto. La prova di questo stato di incertezza teorica e politica? Le inedite convergenze tra molti economisti liberali e colleghi liberal sulla proposta di trasformare la Bce in un vero garante della moneta unica, facendo intendere che l’Eurotower sia pronta ad acquistare dosi illimitate di titoli del debito pubblico di paesi solventi ma attualmente in difficoltà: “Nell’ultimo quindicennio gli esponenti della teoria macroeconomica dominante hanno solitamente interpretato la funzione del banchiere centrale alla luce della cosiddetta ‘regola di Taylor’ – osserva Brancaccio – Questa regola stabilisce che la funzione chiave del banchiere centrale verte sulla regolazione del tasso d’interesse al fine di mantenere il sistema economico sempre in prossimità di una disoccupazione definita ‘naturale’ e di un dato obiettivo politico d’inflazione”. Ora però, di fronte all'avvitamento della crisi europea, ci si accorge che “questa visione non prevede proprio che la Banca centrale possa agire da ‘prestatore di ultima istanza’. Tale funzione, che nella realtà della crisi si è rivelata cruciale, può essere incorporata nella teoria dominante solo al prezzo di una violenta torsione della sua logica interna. La crisi, dunque, non è solo nei fatti – conclude Brancaccio – ma anche nelle interpretazioni prevalenti dei medesimi”.
Poi però ci sono anche i liberisti che respingono l’assalto della realtà, e che anzi proprio sull’“interpretazione prevalente” dell’attuale crisi sono pronti a dare battaglia (ideale). Tra loro c’è per esempio Aldo Canovari, dal 1986 animatore di una casa editrice con base a Macerata, Liberilibri, impegnata a diffondere volumi e saggi sul pensiero libertario. “Questa crisi, come le altre in passato, scaturisce dal concorso di una pluralità di cause, tra cui due sono senz’altro le principali – dice al Foglio lo stesso Canovari – Prima di tutto, l’eccesso di spesa dei governanti. Poi l’intervento distorsivo dello stato sull’economia, dall’alimentazione della bolla immobiliare a fini elettorali al salvataggio degli istituti finanziari più grandi e incapaci”.
Da questa lettura, secondo Canovari, discende che è soltanto un’illusione quella di curare i mali attuali con un intervento straordinario della Bce, come pure proposto da alcuni pensatori liberali: “Mi pare una ingenua superstizione, in base alla quale si illude e ci si illude che i debiti, perfino quelli sovrani, possano essere cancellati, e i rischi coperti semplicemente trasferendoli ad altri”. Il direttore editoriale di Liberilibri, sorridendo, cita in proposito “i versi di un oscuro poeta nato nel 1749, tedesco, che compì i suoi studi a Strasburgo e fu anche ministro delle Finanze e della Guerra di un piccolo stato con capitale Weimar”. Il riferimento è a Wolfgang Goethe: “Ne ‘Il secondo Faust’ immagina un piccolo stato sull’orlo di una bancarotta il cui cancelliere, in una scena che si svolge nel Lustgarten, dice: ‘Sia reso noto a tutte le persone: questo biglietto val mille corone. Lo garantisce in tutta sicurezza nel suol sepolta l’imperial ricchezza’”. L’imperatore però replica: “M’ha l’aria d’una truffa colossale!”.
E il ministro del Tesoro: “Rammenta ben, tu stesso hai sottoscritto! Chiudi in gioia la festa, e con un tratto di penna il popolo tuo felice hai fatto. Chiaramente firmasti, e in quella notte fur le firme a migliaia prodotte. A che tutti ne avesser beneficio, le serie stampigliar fu nostro ufficio: da dieci, venti, da cinquanta, cento”. Chiosa finale di Faust: “Ma o spirto che giù nel fondo vede, nell’infinito ha una infinita fede”. Per Canovari si tratta di una “comica e grottesca lezione di economia monetaria, che può valere anche per noi, e che ricorda le sempreverdi lezioni di Ludwing von Mises, come anche gli allarmi lanciati sulla Fed americana dal politico Ron Paul”. Sarà, eppure anche lei, Canovari, dovrà ammettere che qualcosa nel clima è cambiato, che se non siamo a un “riflusso” del liberismo dal dibattito pubblico, poco ci manca: “Certo, in questa fase di vero e proprio panico, di isteria collettiva, il cittadino, per una sorta di richiamo atavico, tende a rivolgersi con atteggiamento irrazionalmente fideistico allo stato. Ovvero quello stesso soggetto che è la causa prima dei suoi mali. E’ una visione quasi mistica e provvidenziale del potere, una volta del Principe, ora di chi lo ha sostituito. Per un editore come me – conclude Canovari – diventa tutto più faticoso, ma proprio per questo più stimolante”.
Per tornare all’ipotesi che oggi fa più discutere, quella di trasformare la Bce sulla scorta della più interventista Fed in modo da sostenere il debito pubblico degli stati, non tutti i liberisti hanno d’un tratto iniziato a crederci: “L’idea di volere una Banca centrale come prestatore di ultima istanza per i governi è assurda – dice al Foglio Vito Tanzi, economista e per 20 anni a capo del Dipartimento affari fiscali del Fondo monetario internazionale (Fmi) – In tutto il mondo le Banche centrali sono prestatrici di ultima istanza, ma soltanto per le banche private.
Certo, anche negli Stati Uniti le cose si stanno in qualche modo viziando, e la Fed è entrata in azione nel mercato secondario per comprare titoli”. Eppure Tanzi, la cui firma è stata ospitata spesso anche sul Financial Times, su questo punto resta critico dello stesso giornale della City e di quanti, anche su quelle colonne, sostengono la necessità di ricorrere a un “bazooka” monetario, come l’economista Nouriel Roubini: “E’ sciocco ritenere, come fa per esempio il professor Roubini, che la soluzione del problema italiano, per esempio, consista nel reperire finanziamenti per le cattive abitudini del paese. La soluzione deve consistere in cambiamenti radicali di quelle abitudini”. Tanzi, che per Cambridge University Press ha appena pubblicato il volume “Government versus markets”, accolto negli Stati Uniti come uno dei più importanti lavori contemporanei in materia di politica fiscale, ribalta l’argomento di quanti vorrebbero i liberisti troppo chini sui loro libri e dediti alle loro teorie al punto da non fare i conti con la realtà: “Sono veramente sicuri che se la Bce si impegnasse a comprare titoli, tutte le tensioni sparirebbero? Il punto è che molti l’economia la studiano solo sui libri di testo, mentre la mia esperienza in America latina negli anni 70 e 80 mi fa ricordare che quando le Banche centrali hanno iniziato a funzionare in questo modo il risultato è stato soltanto quello di avere un’inflazione mai vista prima”. Seconda riflessione più generale: “Siamo alla disperazione teorica, evidentemente, e la disperazione porta anche il medico a tentare cure sperimentali”.
Perfino Tanzi comunque valuta, almeno per un istante, la cosiddetta opzione nucleare: “Un compromesso per un’azione che duri magari un mese sarebbe possibile”. Ma ad alcune condizioni: “Dovrebbe durare per un tempo limitato, quanto servirà per esempio al governo italiano per intraprendere le riforme strutturali che tutti oramai conoscono, a partire da quella del mercato del lavoro, per iniziare a ridurre la spesa pubblica. Così la situazione si aggiusterebbe”. Non c’è nessun intento punitivo o moralista, in questa tesi, ma tutt’al più un fondo di ottimismo: “L’Italia è sopravvissuta ad altre crisi in passato. Sopravviverà anche a questa”.
Eppure dai massicci stimoli fiscali per sostenere la domanda praticati negli Stati Uniti alle sempre più pressanti richieste di rafforzare il welfare pubblico, la classica impostazione liberista non può che vivere una fase di ripensamento: “Rispetto a qualche mese fa sono un po’ più pessimista – ammette Tanzi – da liberista che ha sempre creduto in un sistema economico nel quale il governo fa il suo mestiere. Che certo consiste nel non essere schiavo di alcune lobby, nel non garantire la salvezza agli istituti di credito ‘too big to fail’, nel rendere la regolamentazione e la spesa pubblica quanto più efficienti possibili”. Detto questo, Tanzi ricorda come già nell’estate 2003, intervenendo sul Financial Times, avesse parlato delle “crisi fiscali in arrivo”: “Già allora d’altronde era evidente il deterioramento delle finanze pubbliche degli stati più ricchi, tra crisi demografica, appesantimento del settore pubblico rispetto al prodotto interno lordo e impegni crescenti garantiti dagli stati, oltre a pressanti richieste di riduzione delle imposte. Un segnale sicuramente allarmante venne, non a caso, dall’Europa, dove importanti paesi violarono il Patto di stabilità e crescita. Oggi la crisi finanziaria ha soltanto accelerato quelle crisi fiscali”. E un liberista come Tanzi, perlomeno, non potrà essere accusato di non averci avvertito.